Benvenuti nel Sovietistan!

Ma dove si troverebbe questo Sovietistan? così mi hanno chiesto diversi amici viaggiatori quando parlavo del libro di Erika Fatland. Bene, full disclosure, il Sovietistan non è uno stato e non lo è mai stato.

Però. Non c’è nulla che riscaldi l’anima come un caro vecchio bicchiere di malinconia (magari con l’aggiunta di un pizzico di vodka, che in Sovietistan scorre a fiumi). Perché possiamo essere i più sublimi intellettuali del mondo ma alla fine “si stava meglio quando si stava peggio”. Sempre.

Sovietistan, nostalgia canaglia

Sovietistan è un libro che ha nella malinconia per ciò che fu un elemento centrale. Parla infatti di alcuni Stati dell’Asia centrale che oggi sono indipendenti e che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica.

Il nome Unione Sovietica richiama poi la Guerra Fredda. E se esiste un tempo a cui molti fanno riferimento con struggente trasporto, è proprio quello della guerra fredda. In genere gli anni che vanno dai ’50 ai ’70. Qualcuno poi prova ardite puntate e arriva agli ’80, magari fino ai primi ’90.

La bella copertina del libro. Sovietistan, edito da Marsilio e scritto dalla brava Erika Fatland.
La bella copertina del libro. Sovietistan, edito da Marsilio e scritto dalla brava Erika Fatland.

Back to the USSR

Sovietistan parla di 5 Stati in particolare, 5 Stati poco forse poco conosciuti dalle nostre parti ma che storicamente hanno costituito la catena di trasmissione del commercio tra la Cina e l’Europa. Si tratta di Tajikistan, Kyrgizistan, Turkmenistan, Kazakhstan e Uzbekistan.

Erika Fatland, giornalista e antropologa norvegese che parla fluentemente russo, ha deciso di viaggiare in questi paesi (per cui il termine Sovietistan mi sembra azzecatissimo) ancora poco conosciuti e di attraversarli con calma e occhio critico.

Erika viaggia in questi paesi e lo fa con il taccuino della giornalista in una mano e quello della viaggiatrice zaino in spalla nell’altro. Qualche momento indugia nel passato e nella malinconia che alcuni abitanti di questi paesi provano per un mondo che non esiste più, un mondo in cui tutto era un po’ più semplice. In qualche altro momento veste invece i panni della giornalista e racconta della situazione politico/sociale del paese o della sua posizione nel complesso scacchiere della geopolitica mondiale.

In questa foto molto amatoriale vedete riprodotta una delle diverse cartine presenti nel libro, utilissime per cercare di capire dove abbia viaggiato Erika. Oltre a questa visione d'insieme esistono poi cartine di ogni singolo stato.
In questa foto molto amatoriale vedete riprodotta una delle diverse cartine presenti nel libro, utilissime per cercare di capire dove abbia viaggiato Erika. Oltre a questa visione d’insieme esistono poi cartine di ogni singolo stato.

Il libro non ha nulla di strappalacrime. Il viaggio di Fatland è invece fonte di scoperte interessanti e suscita nel lettore una notevole curiosità, specie perché questa parte del mondo è uno dei territori ancora oggi meno battuti dal turismo mondiale.

Stan my friend

Se esistono Stati che ancora richiamano il fascino di un viaggio senza internet e molto on the road, dove una manciata di russo, uno stomaco di ferro e un po’ di pelo sullo stomaco sono ingredienti fondamentali, gli Stan asiatici fanno decisamente parte di questo gruppo. E stanno pure molto in alto sulla lista, secondi forse solo ad alcuni Stati africani.

Forse chi mi segue avrà capito che per questa parte del mondo ho un debole? pensate al post sul libro “Illuminismo perduto” di Starr o a quello sulle “Le vie della seta” di Frankopan.

L’eredità sovietica, e in un certo modo anche la nostalgia sovietica, è presente in tutti e cinque gli Stan (Kirgyzistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Kazakistan). Alcuni poi (Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan), non si sono fatti mancare il padre/padrone sotto forma di un vecchio notabile del partito comunista divenuto presidente a vita.

Altri hanno invece avuto a che fare con il “generoso” lascito dei programmi militari sovietici sotto forma di inquinamento nucleare o batteriologico (Uzbekistan e Kazakistan). Senza contare il disastro ecologico della quasi totale scomparsa dell’Aral, lago una volta esistente tra Uzbekistan e Kazakistan.

Il passato

Come altri libri hanno messo in chiaro (e mi riferisco a questo post su “L’illuminismo perduto” di Frederick Starr) l’Asia centrale, molto prima di essere Sovietistan, è stata un avanzato e prospero luogo d’intermediazione fra l’Impero cinese e l’Europa medievale. Almeno fino a che i mongoli di Genghis Khan non hanno portato morte e distruzione, seguiti qualche secolo dopo dal temibile esercito di Tamerlano.

Proprio per via di queste due invasioni, nonostante il grandioso passato, i resti storici ancora visibili sono pochi e spesso poco valorizzati o in cattivo stato di conservazione. Inoltre le grandi ricchezze del sottosuolo, specie in Kazakistan e Turkmenistan, hanno spinto il governo nelle mani di un presidente che elargisce doni ai sudditi e si concentra su progetti ai limiti della megalomania piuttosto che sulla valorizzazione del passato che non sia a fini propagandistici.

Il libro, edito da Marsilio, racconta questo e molto altro, per cui  non posso che consigliarvi la lettura e…fatemi sapere.

Alla prossima!


Se volete qualche altro consiglio sui libri io vi suggerirei “I ragazzi di Barrow” e poi anche il volume The Passenger sulla Norvegia.

Oppure andiamo da un’altra parte e vi spiego perché dovete fare un viaggio in Caucaso e, magari anche un viaggio nella sola Georgia.

Infine un bel libro che racconta la storia del vichingo nero, Geirmund Pelle Scura.

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